26 SEP 2026 · Uno dei temi su cui tendiamo a non riflettere abbastanza è la realtà dell’immaginario, come cioè le storie, parafrasando Italo Calvino, si comportino a volte come un catalogo di destini possibili, anticipando la realtà. Luigi Pirandello ne fece a suo tempo un libello nel Fu Matta Pascal, dove citò un fatto di cronaca in cui si era verificata realmente (dopo l’uscita del libro) la storia da lui raccontata, quella stessa storia che una parte della critica aveva blandito come inverosimile. Ebbene, in queste note faremo qualcosa di molto simile, partendo da una grottesca novella dello stesso autore, per metterla in relazione con una triste vicenda verificatasi molti anni dopo la sua scomparsa.
Siamo nel 1911, l’anno in cui viene dato alle stampe La patente, un racconto breve, su cui Pirandello torna sei anni dopo con un atto unico per il teatro, a sua volta ripreso nel ’54 per il cinema da Luigi Zampa; è la storia di Rosario Chiarchiaro, uomo semplice, onesto lavoratore, padre di famiglia, sul quale (non sappiamo perché) ricade lo stigma pubblico della superstizione: si attribuiscono alla sua presenza piccole e grandi sventure, per questo le persone lo evitano additandolo come un terribile menagramo. Il pregiudizio si radica al punto che il pover’uomo viene licenziato, perde il lavoro e non sa più come provvedere alla famiglia, ovunque perseguitato dalla maschera dello jettatore.
Fin qui si direbbe un’ordinaria vicenda di emarginazione sociale, la solita gogna pubblica, non fosse che Pirandello ribalta la situazione con un colpo di coda narrativo: Rosario denuncia due uomini che ha veduto ostentare scongiuri al suo passaggio, se pure in tribunale non potrà ottenere giustizia dato che il giudice stesso è condizionato dal pregiudizio, e che in fondo il toccar ferro o grattarsi gli zebedei non è scritto da nessuna parte che sia un atto perseguibile. Chiarchiaro lo sa bene eppure insiste, vuol essere condannato per poter rivendicare, con la condanna stessa, una sorta di implicita patente dello jettatore; a quel punto, ritiene che appostandosi davanti a un negozio, o entrando in una sala da gioco, la gente sarà disposta a pagarlo per levarselo di torno. Grottesco ribaltamento in cui la vittima si serve della propria mostrificazione, per rivoltarla contro i suoi persecutori.
Chi è nato nell’Italia del dopoguerra in questa vicenda troverà, purtroppo, una brutale analogia, perché lo stigma sociale raccontato da Pirandello si è abbattuto mezzo secolo più tardi sulla bella voce di Mia Martini detta Mimì, ma nel suo caso nulla si ribaltò e la povera donna rimase intrappolata nel soverchiante condizionamento. Le prime dicerie a suo carico vennero messe in circolazione nei primi anni ‘70 (secondo le interviste rilasciate dalla vittima), dall’impresario Fausto Taddeu detto Ciccio Piper, per vendicarsi di una vitalizia esclusiva che l’interprete aveva rifiutato. Pochi giorni dopo quel rifiuto, di ritorno da un concerto in Sicilia, il pulmino su cui viaggiavano fu sciaguratamente coinvolto in un incidente stradale, in cui persero la vita due giovani musicisti del gruppo. Ciccio Piper, stizzito dal rifiuto dell’artista, mise per primo in giro la voce che la cantante portasse sfortuna.
L’infamante diceria fu alimentata e riverberò attraverso vari altri personaggi dello spettacolo, tra cui la stessa Mimì citò Fred Bongusto, Patty Pravo e Gianni Boncompagni, vari discografici e la stessa Rai. Tutti negarono ovviamente, non vi fu mai un dibattimento giudiziario e dunque non sapremo mai la verità, tuttavia lo stigma della superstizione distrusse la carriera della cantante, rendendole la vita impossibile, proprio come al personaggio del racconto di Pirandello. Isolamento, depressione, compromisero la sua brillante carriera gettandola nello sconforto al punto da togliersi la vita nel 1955, all’età di 47 anni. La novella, inverosimile ma vera, prese forma nella vita reale.
Beninteso non fu la prima, né l’ultima. Sì perché lo stigma del menagramo è similmente ricaduto sul critico letterario Mario Praz, al punto che la gente evitava di pronunciarne il nome ricorrendo alla perifrasi "illustre anglista". Prima ancora Cesare della Valle, Duca di Ventignano, poeta e drammaturgo ottocentesco, al quale vennero attribuite sciagure come l’incendio del Teatro San Carlo di Napoli, o addirittura la caduta delle Due Sicilie, ispirando un personaggio ad Alexandre Dumas. George Byron, Heinrich Heine, Jacques Offenbach; a quest’ultimo, Rossini dedicò un “Petit caprice” nel quale indicava addirittura nello spartito una diteggiatura particolare con indice e mignolo estesi, affinché le mani dei musicisti si atteggiassero alle corna dello scongiuro. Per non parlare di Pio IX, che la propaganda anticlericale scherniva come jettatore), Napoleone III, Guglielmo II di Germania e persino il presidente del consiglio italiano Antonio Salandra.
Insomma, la vicenda di Pirandello non fa che ricamare su vicende che chissà quante volte si sono verificate davvero nel mondo reale: lo stigma sociale favorisce nelle persone una memoria selettiva, demolendo l’identità pubblica della vittima, isolandola. La soluzione proposta da Pirandello non è quella di negare le voci sul proprio conto, ma al contrario cavalcarle, non lasciarsi possedere dalla maschera ma dominarla, farne strumento, appropriarsene; ecco allora che il dispositivo stesso del racconto, creato per annientare l’oggetto di scherno, finisce per diventarne punto di forza. Diventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/voce-narrante--6444756/support.